C’è un documento, rilasciato da un’autorità pubblica, che le banche sono tenute per legge a considerare quando decidono se finanziare un’impresa. Si chiama rating di legalità, esiste dal 2012, ma con il nuovo Regolamento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) del 27 gennaio 2026 le regole del gioco sono state riscritte, e per molte imprese italiane vale la pena tornare a parlarne.
Un bollino che vale credito e bandi pubblici
Il rating di legalità nasce da un’idea semplice: premiare le imprese che si comportano correttamente, dando loro un vantaggio tangibile nei rapporti con banche e Pubblica Amministrazione. Non è un’iniziativa isolata dell’AGCM: la norma istitutiva, l’articolo 5-ter del decreto-legge 1/2012, obbliga espressamente gli istituti di credito a tenere conto del rating nella concessione di finanziamenti. Chi non lo fa deve spiegarne le ragioni alla Banca d’Italia, una clausola che, nei fatti, spinge le banche a non ignorarlo.
Lo stesso vale per i bandi pubblici che erogano incentivi: il rating entra nei criteri di valutazione secondo le regole del cosiddetto “codice degli incentivi”. Per un’impresa che partecipa regolarmente a bandi di finanza agevolata, avere un buon rating può quindi tradursi in punteggi più alti o corsie preferenziali.
Chi può ottenerlo
Non tutte le imprese possono presentare domanda. Il Regolamento fissa tre condizioni che devono sussistere insieme: la sede operativa deve trovarsi in Italia, il fatturato — anche di gruppo — deve essere di almeno due milioni di euro nell’ultimo esercizio chiuso, e l’impresa deve essere iscritta al Registro delle Imprese o al REA da almeno due anni.
Sono soglie che escludono le realtà più piccole, ma che intercettano una fetta significativa di PMI strutturate, aziende in crescita e gruppi industriali: esattamente il profilo di imprese che più spesso si confronta con operazioni di finanza agevolata, richieste di credito e partecipazione a gare pubbliche.
Come si legge il punteggio: stelle e “più”
Il sistema di valutazione è pensato per essere immediato: si va da una a tre stelle (★), con la possibilità di aggiungere segni “+” che ne arricchiscono il significato. La stella base si ottiene quando l’impresa dimostra di non avere precedenti penali, sanzioni antitrust, debiti fiscali o contributivi non sanati, violazioni sulla sicurezza nei luoghi di lavoro o provvedimenti interdittivi dell’ANAC, cinque aree di verifica che l’Autorità controlla incrociando dati con Ministeri, casellario giudiziale, ANAC e persino la Guardia di Finanza, che ogni anno ispeziona a campione il 10% delle imprese titolari di rating.
Sopra questa soglia minima, ogni “+” racconta qualcosa in più sull’impresa: l’adozione di un modello organizzativo anti-corruzione, l’uso di sistemi di pagamento tracciabili, l’adesione a codici etici di categoria, l’iscrizione in white list antimafia o la presenza di certificazioni di responsabilità sociale. Accumulare tre “+” vale una stella aggiuntiva, fino al punteggio massimo di ★★★.
Le criticità che possono bloccare tutto
Non è raro che un’impresa scopra, durante l’istruttoria, di avere un ostacolo che non aveva considerato: un debito fiscale non ancora pagato, una sanzione ricevuta due anni prima, una posizione di un amministratore non più in carica ma comunque rilevante per il periodo dell’ultimo anno. Il Regolamento è infatti molto attento anche ai cosiddetti “soggetti rilevanti”: non solo il titolare o gli amministratori, ma anche direttori, procuratori con poteri decisionali e i soci che detengono quote di controllo.
La buona notizia è che diverse criticità sono sanabili prima di presentare domanda: un debito tributario può essere estinto o rientrare in un piano di rateazione, un modello organizzativo può essere adottato ex novo, una governance può essere rivista. È qui che una diagnosi preventiva, condotta da chi conosce a fondo sia la normativa che le prassi dell’AGCM, fa la differenza tra una domanda respinta e un rating ottenuto al primo tentativo.
Validità di tre anni, da monitorare con attenzione
Una volta ottenuto, il rating dura tre anni e può essere rinnovato, ma non è un titolo “acquisito per sempre”: l’impresa ha l’obbligo di comunicare all’Autorità, entro trenta giorni, qualsiasi evento che intacchi i requisiti dichiarati. Chi non lo fa rischia non solo la revoca, ma anche un periodo di 18 mesi in cui non può presentare una nuova domanda. È un impegno di compliance continuativa, non un adempimento a scadenza fissa.
Il valore aggiunto di una consulenza dedicata
Tra requisiti di ammissibilità, motivi ostativi distribuiti su cinque aree normative, requisiti premiali da documentare e obblighi di aggiornamento continuo, il percorso verso il rating di legalità richiede competenze che raramente convivono in un’unica funzione aziendale: diritto societario e penale, fiscalità, diritto del lavoro, compliance 231.
Innovare accompagna le imprese in questo percorso con un approccio integrato: verifica preliminare dei requisiti, individuazione e risoluzione delle criticità, predisposizione della domanda e della documentazione a supporto, monitoraggio nel tempo per mantenere e far crescere il punteggio. Un rating di legalità ben costruito non è solo un adempimento: è una leva concreta per accedere a credito e finanza agevolata con maggiore forza negoziale.
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